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- Oltre il 50% dei giovani italiani pensa di trasferirsi all'estero.
- Solo 1 giovane su 10 vede opportunità maggiori in Italia.
- 85% dei giovani accetta lavori non in linea con le aspirazioni.
L’attuale panorama lavorativo italiano si presenta con sfide significative per le nuove generazioni, in particolare per coloro che si trovano nella fascia d’età tra i 18 e i 34 anni. Una recente ricerca condotta dall’Osservatorio giovani dell’Istituto G. Toniolo, in collaborazione con Ipsos nel luglio 2025, rivela che oltre la metà dei giovani italiani considera seriamente l’idea di trasferirsi all’estero per motivi di lavoro. Questo dato, superiore rispetto a quello registrato in altri Paesi europei come Germania, Francia, Regno Unito e Spagna, evidenzia una crescente insoddisazione e una percezione di limitate opportunità di realizzazione professionale in Italia.
La fuga dei talenti: un’analisi dei fattori determinanti
La decisione di cercare opportunità lavorative all’estero non è più vista come un’eccezione, ma come una possibilità concreta e interiorizzata. Meno del 30% dei giovani europei esclude a priori questa opzione, ma in Italia la percentuale di coloro che la considerano “probabilmente sì” o “sicuramente sì” supera il 50%. Questa tendenza è alimentata da una valutazione critica delle prospettive offerte dal Paese, con solo un giovane italiano su dieci che ritiene che l’Italia offra maggiori opportunità rispetto ad altri Paesi europei. La Germania, in particolare, è percepita come nettamente più attrattiva, con oltre il 70% dei giovani italiani che la considera un luogo con maggiori possibilità di realizzazione.
Questo “spread di attrattività” mette in luce una debolezza strutturale dell’Italia, dove i fattori di “push” (spinta all’emigrazione) prevalgono sui fattori di “pull” (attrazione). L’emigrazione giovanile è principalmente motivata dalla ricerca di migliori sbocchi professionali, un maggiore riconoscimento dei diritti civili e un più efficiente sistema di welfare statale. Quest’ultimo aspetto è particolarmente rilevante per le donne, che percepiscono all’estero condizioni migliori in termini di diritti, servizi e conciliazione tra vita e lavoro.

La precarietà del futuro: aspettative ridimensionate
Le aspettative dei giovani italiani riguardo al futuro appaiono fragili e incerte. Meno di un terzo si dice certo di avere un lavoro a 45 anni, e questa incertezza aumenta al diminuire del titolo di studio. Rispetto al 2018, le previsioni si sono ridimensionate, in particolare tra la fascia d’età più giovane. Anche quando una posizione lavorativa è ritenuta probabile, la soddisfazione attesa varia notevolmente a seconda che ci si immagini in Italia o all’estero. La medesima disparità si osserva in relazione all’adeguatezza della retribuzione. In particolare, le donne esprimono minore contentezza per le prospettive offerte dall’Italia e riscontrano un netto miglioramento prospettandosi una carriera all’estero. Nel nostro Paese, meno della metà prevede un lavoro altamente soddisfacente, mentre all’estero questa quota aumenta notevolmente.
La realtà del lavoro: tra flessibilità e disconnessione
Un’indagine condotta da Orienta su un campione di 1.500 giovani tra i 25 e i 35 anni rivela un cambiamento di mentalità rispetto al passato. L’addio al posto fisso come traguardo esistenziale e l’accettazione della flessibilità sono i tratti distintivi di questa generazione. L’85% degli intervistati dichiara di aver accettato occupazioni non in linea con le proprie aspirazioni pur di fare esperienza, e l’83% afferma di aver modificato i propri obiettivi di carriera nel corso del tempo. Nella scelta di un nuovo impiego, l’ambiente di lavoro (32%) e la flessibilità (25%) superano lo stipendio (25%). La stabilità professionale, un tempo valore primario per le generazioni passate, è ora in fondo alla lista delle priorità (18%).
La felicità professionale è legata soprattutto alle relazioni (36%) e alla crescita professionale (30%), mentre il compenso economico resta sullo sfondo. Nonostante ciò, il 67% dei giovani controlla regolarmente le email lavorative al di fuori del normale orario d’ufficio, segnalando una persistente difficoltà nel disconnettersi. Il bilanciamento tra impegni privati e professionali rimane una sfida costante.
Per quanto riguarda il settore formativo, l’88% dei giovani intervistati crede che l’istruzione universitaria non li prepari adeguatamente all’inserimento nel mondo del lavoro. Il 54% riconosce l’importanza di percorsi formativi più in linea con le reali necessità del mercato, ma i costi elevati (54%) e la mancanza di tempo (35%) rappresentano i principali ostacoli.
Rinnovare il patto generazionale: una sfida per il futuro
La situazione descritta richiede un intervento urgente e coordinato per rinnovare il patto generazionale e offrire ai giovani italiani un futuro più promettente nel proprio Paese. Non basta inseguire il confronto dei salari con altri Paesi europei, ma è necessario creare un ambiente di lavoro stabile, meritocratico e sostenibile, che valorizzi il capitale umano e offra opportunità di crescita professionale. È fondamentale investire in un sistema formativo più efficace e allineato alle esigenze del mercato del lavoro, e sostenere la formazione continua per colmare il gap tra istruzione e competenze richieste dalle aziende. Solo così sarà possibile invertire la tendenza all’emigrazione e trattenere i talenti in Italia, costruendo un futuro più prospero e inclusivo per tutti.
Amici, riflettiamo un attimo. Quante volte abbiamo sentito dire che “i giovani sono il futuro”? Ma se il futuro se ne va, cosa resta? È cruciale comprendere che la difesa dei consumatori, in questo contesto, non si limita alla tutela dei diritti individuali, ma si estende alla creazione di un ambiente economico e sociale che favorisca la realizzazione personale e professionale. Una nozione base di difesa dei consumatori ci ricorda che abbiamo il diritto di scegliere dove vivere e lavorare, ma una nozione avanzata ci spinge a chiederci: cosa possiamo fare, come società, per rendere l’Italia un luogo dove i giovani vogliono restare? Forse è il momento di smettere di parlare di “cervelli in fuga” e iniziare a costruire un “Paese che attrae”.








