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- Nel 2025 la cassa integrazione è aumentata del 18,5%.
- Piemonte: incremento del 289% della cassa integrazione ad Asti.
- 41% imprese economia circolare recupera investimenti entro 1 anno.
Storie di lavoratori in bilico: le voci dalla cassa integrazione
L’ondata di cassa integrazione che sta investendo l’Italia nel 2026 solleva serie preoccupazioni sul futuro economico e sociale del paese. Al di là delle fredde statistiche, si celano le storie di migliaia di consumatori sospesi, lavoratori che si ritrovano improvvisamente senza impiego, catapultati in un’esistenza precaria e incerta.
Margherita Claverio, operaia a Mirafiori dal 1988, incarna questo dramma. Da quando ha assemblato la sua ultima Alfa, la cassa integrazione è diventata la sua realtà quotidiana. Ora teme il licenziamento, una spada di Damocle che pende sulla sua testa. La sua storia non è un caso isolato.
Stefano Borgogni, con i suoi 49 anni, ha dedicato gran parte della sua vita, fin dai 19 anni, alla Beko. La cassa integrazione ha eroso il suo stipendio, costringendolo a rinunce e sacrifici. Il suo stipendio non è più quello che era e non sa neanche quale sarebbe il suo stipendio reale in questo momento. Ha perso il conto.
Anche Giacomo Zulianello, addetto alla linea Maserati a Torino, vive una situazione difficile. Nel 2024, ha lavorato in media solo 16 ore al mese a causa del contratto di solidarietà. La sua testimonianza è un grido d’allarme: “I giorni sono tutti uguali, non andare in fabbrica stanca”. Con un fratello disabile a carico, si destreggia con difficoltà tra le spese quotidiane.
Queste storie sono solo la punta dell’iceberg di un fenomeno che si sta diffondendo a macchia d’olio in diverse regioni italiane. Il Piemonte e province come Asti, con un incremento del 289% rispetto all’anno precedente, sono tra le aree più colpite. Un recente rapporto dell’Inps ha messo in luce una profonda crisi del settore manifatturiero e una crescente fragilità del territorio, con conseguenze pesanti sull’occupazione.
Nel 2025, la cassa integrazione ha fatto registrare un aumento del 18,5% rispetto all’anno precedente. La cassa integrazione straordinaria è aumentata del 61,6%, con picchi che superano il 90% nelle regioni del Centro e Sud Italia. Si stima che circa 70.000 lavoratori a tempo pieno siano coinvolti in questa situazione. La Cgil ha denunciato che nel 2025 sono state autorizzate quasi 560 milioni di ore di cassa integrazione, con un aumento del 10% rispetto al 2024. Un dato allarmante è la diminuzione della Cassa Integrazione Ordinaria (CIGO), mentre la Cassa Integrazione Straordinaria (CIGS) ha subito un’impennata del 58% in un solo anno.
La cassa integrazione non è solo un problema economico, ma anche umano. La perdita del lavoro può avere conseguenze devastanti sulla vita delle persone, compromettendo la loro dignità e il loro benessere psicologico. La sensazione di smarrimento e di incertezza può portare a stress, ansia e depressione.
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Le cause strutturali della crisi industriale
La crisi industriale che attanaglia l’Italia non è un evento isolato, ma il risultato di una serie di fattori strutturali che si sono accumulati nel tempo. La globalizzazione, la delocalizzazione delle produzioni verso paesi con costi del lavoro più bassi, la transizione ecologica e la digitalizzazione sono solo alcune delle cause che hanno messo in difficoltà il sistema produttivo italiano.
Questo periodo di difficoltà non è un fenomeno esclusivamente italiano, ma una tendenza internazionale, come evidenziato dal Centro Studi Confindustria. Il settore automobilistico è tra i più colpiti, ma anche la moda e la lavorazione dei metalli stanno vivendo un momento di crisi. La crisi economica della Germania, la debolezza della domanda in Eurozona e l’aumento dei costi dell’energia contribuiscono ad aggravare la situazione.
La Cina ha assunto una posizione dominante nel settore automobilistico, e le politiche di incentivazione europee favoriscono i produttori extra-europei. Il settore della moda risente delle tensioni geopolitiche e del rallentamento dell’economia tedesca e della domanda interna.
Anche le conseguenze economiche e psicologiche della cassa integrazione giocano un ruolo importante in questa crisi. Come ha detto Margherita, “ci hanno tolto la dignità, non solo una parte di stipendio”. Le perdite di lavoro hanno ripercussioni negative su l’identità e l’autostima dei lavoratori.
Il sistema della cassa integrazione presenta molteplici aspetti critici, tra cui il fatto che non si limita a rispecchiare crisi già manifestate, ma anticipa processi di riduzione produttiva e occupazionale che il Governo continua a negare. I comparti più duramente colpiti comprendono settori strategici quali il metalmeccanico, l’automotive, la siderurgia, la metallurgia, la chimica di base, l’elettrodomestico e la componentistica. A questi si aggiungono i servizi industriali, la logistica, gli appalti e i call center. Come evidenziato dalla Cgil, è indispensabile un nuovo ammortizzatore sociale universale, in grado di assicurare reddito e continuità occupazionale, e di impedire che la cassa integrazione divenga un percorso obbligato verso la chiusura. Inoltre, tale strumento deve essere integrato con una robusta politica industriale pubblica e con efficaci politiche attive del lavoro.

L’economia circolare come modello di ripresa
Di fronte a questa crisi, l’economia circolare si presenta come un’opportunità concreta per invertire la rotta e costruire un futuro più sostenibile e inclusivo. Riparazione, riuso e riciclo sono i pilastri di un modello economico alternativo che può generare nuove opportunità di lavoro e ridurre l’impatto ambientale delle attività produttive.
La riqualificazione professionale e la creazione di nuovi posti di lavoro in settori emergenti come la green economy e la digitalizzazione sono fondamentali per offrire ai lavoratori sospesi una nuova prospettiva e la possibilità di reinventarsi. Numerose aziende italiane hanno già intrapreso questa strada, dimostrando che l’economia circolare non è solo un’utopia, ma una realtà concreta.
Orange Fiber, ad esempio, trasforma i sottoprodotti dell’industria agrumicola in un tessuto simile alla seta, utilizzato anche da Salvatore Ferragamo. Aquafil ha sviluppato Econyl, un filo di nylon rigenerato ottenuto interamente dal riciclo di rifiuti come reti da pesca abbandonate e moquette usate. Lucart ha creato un modello di economia circolare per gli imballaggi Tetra Pak, dando vita alla linea EcoNatural, che produce carta tissue riciclata e dispenser per sapone.
Anche nel settore automobilistico si stanno facendo passi avanti. Renault, con la sua Re-Factory di Flins, converte auto tradizionali in versioni elettrificate, ricondiziona veicoli usati e riusa le batterie Ev. Perpetua produce matite utilizzando polvere di grafite riciclata, mentre Caviro valorizza i sottoprodotti della filiera vitivinicola, trasformandoli in prodotti di valore e producendo energia rinnovabile.
Favini e Barilla hanno collaborato per creare Cartacrusca, una carta innovativa utilizzando la crusca, un sottoprodotto della macinazione del grano. Freitag è rinomata per la produzione di borse e accessori realizzati con teloni di camion riciclati. Lavazza e Novamont hanno sviluppato una capsula di caffè compostabile in Mater-Bi.
Questi esempi virtuosi dimostrano che l’economia circolare può generare valore economico e sociale, riducendo al contempo l’impatto ambientale delle attività produttive. È necessario un cambio di mentalità e un impegno concreto da parte di tutti gli attori coinvolti, dalle imprese ai consumatori, dalle istituzioni alla società civile.
Nell’Economia Circolare italiana, il 41% delle imprese ha dichiarato di aver recuperato tutti gli investimenti economici nel giro di un anno. Cresce il numero dei brevetti relativi all’Economia Circolare, con 191 brevetti nel 2021 tra Germania, Francia, Italia e Spagna.
Strategie per la transizione verso un futuro circolare
La transizione verso un’economia circolare richiede un impegno concreto da parte delle istituzioni e l’adozione di politiche mirate a sostenere le imprese e a promuovere la riqualificazione professionale dei lavoratori. È necessario creare un ecosistema favorevole all’innovazione e alla sperimentazione, incentivando gli investimenti privati e semplificando gli iter burocratici.
La diffusione trasversale dell’economia circolare in tutti i settori economici deve essere un obiettivo prioritario, definendo target ambiziosi a livello europeo e nazionale. La semplificazione degli iter autorizzativi è fondamentale per facilitare l’adozione di pratiche circolari da parte delle imprese.
Gli investimenti privati devono essere sostenuti attraverso strumenti finanziari e fiscali, con particolare attenzione alle Pmi. La ricerca e lo sviluppo di nuove tecnologie e modelli di business circolari devono essere incentivati, così come la filiera del riciclo, promuovendo la raccolta differenziata e il recupero di materiali.
Infine, è fondamentale investire nella formazione e nella sensibilizzazione dei cittadini e delle imprese sui temi dell’economia circolare, promuovendo una cultura della sostenibilità e del consumo responsabile. Solo attraverso un impegno congiunto sarà possibile costruire un futuro più giusto e prospero per tutti.
Gli interventi pubblici devono tendere a formare i lavoratori, e questo può avvenire attraverso “programmi specifici per il Centro-Sud, potenziamento dei sistemi di monitoraggio e supporto alle imprese nell’innovazione”, come segnalato dall’Inps nel suo rapporto.
Un invito all’azione per un consumo consapevole e sostenibile
La situazione attuale, con la cassa integrazione che grava su migliaia di famiglie e l’incertezza che offusca il futuro, ci chiama a una riflessione profonda sul nostro ruolo di consumatori. Non possiamo più permetterci di ignorare l’impatto delle nostre scelte sull’ambiente e sulla società. È tempo di diventare consumatori consapevoli, capaci di orientare i nostri acquisti verso prodotti e servizi sostenibili, che rispettino l’ambiente e i diritti dei lavoratori.
L’economia circolare non è solo un modello economico, ma una filosofia di vita che ci invita a ripensare il nostro rapporto con le cose. Dobbiamo imparare a valorizzare ciò che abbiamo, a riparare anziché sostituire, a riutilizzare anziché buttare. Solo così potremo contribuire a costruire un futuro più sostenibile e inclusivo, in cui il benessere economico e sociale siano in armonia con la tutela dell’ambiente.
A tal proposito, una nozione base di difesa del consumatore da tenere sempre a mente è il diritto alla riparazione. Quando un prodotto si rompe, informati sulla possibilità di ripararlo anziché sostituirlo, un gesto che allunga la vita del bene, riduce i rifiuti e sostiene l’economia locale dei riparatori.
E qui arriva una nozione più avanzata: considera l’obsolescenza programmata, ovvero la strategia di alcune aziende di limitare intenzionalmente la durata di un prodotto per incentivare nuovi acquisti. Sostieni le aziende che si impegnano a produrre beni durevoli e riparabili, un vero atto di resistenza al consumismo sfrenato.
Riflettiamo insieme: cosa possiamo fare concretamente, nel nostro piccolo, per promuovere un consumo più responsabile e sostenibile? Forse iniziare a privilegiare i prodotti sfusi, a scegliere beni con imballaggi riciclabili, a dare nuova vita agli oggetti che non usiamo più. Ogni piccolo gesto conta, e insieme possiamo fare la differenza.








